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Anticipazioni Aeterna

Cari lettori, volevo rassicurarvi che se anche la data di pubblicazione di Aeterna slitterà di qualche mese (come ben sapranno gli amici che mi seguono su Facebook) la stesura del libro conclusivo della saga prosegue ugualmente!

Ecco una breve anticipazione che svela lo stato d’animo della protagonista indiscussa del terzo libro. La Sfinge, ovviamente. Chi altri, sennò? 🙂

 


La Sfinge era rannicchiata sul letto, appoggiata su un fianco.

I lunghi capelli neri sparsi come un ventaglio sui cuscini di seta. Le magnifiche gambe nude strette l’una all’altra. Le braccia incrociate sul petto, quasi temesse che se le avesse lasciate andare il suo corpo si sarebbe infranto in mille pezzi.

Gocce d’oro trasparente le rigavano le guance e bagnavano il cuscino.

La creatura più preziosa e potente del mondo piangeva.

A dirotto.

Senza riuscire a fermarsi mai.

Abel era lì, in piedi di fronte al letto.

Era disperato.

Cercava di abbracciarla, di consolarla, di accarezzarla. La Sfinge si divincolava con rabbia dagli abbracci. Singhiozzava più forte quando le parole le ricordavano il figlio. Respingeva con violenza le carezze.

Respirava con le labbra socchiuse e reagiva ai suoi tentativi di calmarla soffiando con ferocia e digrignando i denti come un felino.

Abel aveva persino creduto che lo avrebbe ferito, ma nessuna ferita sarebbe stata più atroce di quella che già pativa. Vederla così gli spezzava il cuore.

Lui, il figlio Adamah ed Eva, uno dei più potenti Figli del Cielo, si sentì terribilmente fragile di fronte alle lacrime di chi amava.

«Troverò Mika’el» le giurò. «Qualunque sia il prezzo che dovrò pagare. Fosse anche la mia vita.»

Lei non replicò.

«Ti amo, mia signora. Ti amo… ti amo così tanto.»

La Sfinge non disse nulla. Abel ne udì solo i singhiozzi. Allungò una mano per sfiorarle una spalla, ma si fermò prima di toccarla.

Quando raggiunse l’uscio della stanza si voltò un’ultima volta per guardarla. Aveva anche lui le lacrime agli occhi.

«A presto, amore mio» le disse.

L’avrebbe più rivista?

***

La Sfinge attese che il respiro si calmasse.

Ti amo le aveva detto Abel. Eppure quelle parole erano inutili adesso, non diminuivano il suo dolore.

Si sollevò dal letto poggiandosi sui gomiti. Si asciugò le lacrime col dorso di una mano. Gli occhi le bruciavano.

Scattò in piedi con rabbia e raggiunse l’uscita del monolite di pietra. Quando la luce del sole la colpì in pieno, chiuse gli occhi e mutò all’istante nella Leonessa di Giza.

Aveva bisogno di correre. Di lanciare quel corpo felino in una corsa sfrenata nel deserto. Solo la stanchezza l’avrebbe costretta a fermarsi.

Corse senza meta per molto tempo, finché si ritrovò davanti all’enorme albero di kigelia dove si era rifugiata millenni prima, quando era fuggita dalle violenze del padre e del fratellastro Anubi. Tornò alle sembianze di dea e si accasciò contro il tronco.

Le sembrò di essere tornata la bambina che aveva visto solo tredici piene del Nilo. Ne erano trascorse più di tremila da quel momento, eppure non le sembrava passato nemmeno un istante: il dolore inconsolabile le attanagliava lo stomaco proprio come allora. La vita le sembrava insopportabile e il futuro un incubo colmo di angoscia.

Tremila anni prima aveva perso il padre e un fratello. Ora un figlio.

Nel frattempo era diventata la Divina Sfinge. Per tre lunghi millenni era stata la creatura più temibile e la più ammirata.

Adesso le sembrava di essere debole come una foglia secca: sarebbe bastato sfiorarla con le dita per ridurla in minuscoli frammenti.

La Sfinge si vergognò di quel pensiero. Lei non era mai stata debole. Non era mai stata sconfitta.

Eppure ora piangeva come una qualsiasi cucciola di donna e credeva di essere fragile come una foglia.

Com’era possibile? Com’era potuto accadere? Cos’era cambiato?

La riposta arrivò un momento dopo.

Amara come fiele.

L’amore.

Amare era una debolezza.

***


 

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